Collocamento paritario dei figli e assegnazione casa coniugale

Il nostro ordinamento prevede, in mancanza di diverso accordo tra i coniugi o i conviventi, l’assegnazione della casa familiare al genitore con il quale i figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti convivono in via prevalente.

L’obiettivo è quello di tutelare esclusivamente l’interesse dei figli alla conservazione delle abitudini e dell’habitat domestico.  

Con l’assegnazione della casa coniugale il coniuge assegnatario acquista un diritto personale di godimento sull’immobile, a prescindere dalla proprietà dello stesso.

L’assegnazione è comunque un beneficio soggetto a modifiche. Tale diritto, infatti, può venire meno quando l’assegnatario:

1) non abita più stabilmente nella casa familiare (perché, ad esempio, si trasferisce a casa del/la nuovo/a compagno/a);

2) conviva more uxorio o abbia contratto un nuovo matrimonio;

3) cessa la convivenza con i figli (perché, una volta indipendenti, questi ultimi costituiscono una loro famiglia o si trasferiscono in un’altra città o all’estero per motivi di studio).

In ognuno di questi casi la revoca del diritto di godimento non è automatica, ma sempre subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del figlio, che può essere attivato mediante un’istanza di revisione o modifica dei provvedimenti giudiziari.

Come abbiamo visto più sopra, l’assegnazione della casa familiare è subordinata alla tutela dell’interesse della prole a permanere nel proprio habitat domestico, indipendentemente dal titolo di proprietà, con la conseguenza che il genitore proprietario del bene può essere costretto a subire la compromissione del proprio diritto reale in favore dell’ex coniuge o ex convivente e della prole. 

Questo, quantomeno, è quello che accade nelle ipotesi in cui si opti per un collocamento prevalente dei figli presso uno dei due genitori.

Ma cosa succede, invece, nel caso in cui il collocamento dei minori sia in sostanza paritario, non essendovi un genitore prevalente presso il quale i figli stiano per la maggior parte del tempo?

In passato le ipotesi di collocamento paritario erano marginali e, pertanto, la casa rimaneva quasi sempre alla madre, con la quale abitavano i figli, mentre il padre li vedeva solo nei weekend e/o un giorno alla settimana.

Negli ultimi anni, dopo l’introduzione dell’affidamento condiviso, la realtà è molto cambiata: i ruoli della donna e dell’uomo sono tendenzialmente parificati, non solo nel mondo del lavoro ma anche nell’ambiente domestico.

Sempre più di frequente si assiste ad una ripartizione dei tempi con i figli pressoché paritaria, ove la madre e il padre trascorrono con loro circa la metà del mese, alternando le settimane l’uno con l’altro, oppure prevedendo una particolare turnazione dei giorni.

In questi casi, non essendoci un genitore collocatario principale, si discute su chi abbia il diritto di godere della casa familiare. La giurisprudenza di merito non è univoca: ogni caso è unico nel suo genere e va valutato come tale.

Interessante e allo stesso tempo discutibile è l’orientamento del Tribunale di Brindisi, le cui linee guida mirano ad applicare nel concreto l’affidamento condiviso (con ripartizione dei tempi genitori-figli al 50%) e ad escludere l’assegnazione della casa familiare, che seguirà quindi il titolo di proprietà.

 Nel caso in cui i genitori siano comproprietari della casa coniugale, si dovrà valutare quale sia il costo della locazione / acquisto di un immobile con caratteristiche simili e al genitore che lascia la casa familiare dovrà essere scontato il 50% di tale costo nel calcolo del mantenimento.

In ogni caso, il terreno più idoneo per la ricerca di soluzioni alternative all’assegnazione della casa familiare nel senso indicato dalla legge è la sede delle trattative in cui è possibile considerare non solo l’interesse dei figli, ma anche altri fattori quali quelli psicologici ed affettivi, o meramente economici e pratici.

 

A muoversi in favore del collocamento paritario con assegnazione della casa coniugale a chi ne è proprietario, tuttavia, non è stato soltanto il Tribunale di Brindisi ma anche quello di Monza.

Da quanto sopra esposto, pertanto, appare evidente che una parte dei tribunali nazionali stia tentando di mettere in discussione regimi apoditticamente ancorati ad una tradizione ormai superata dai fatti, autorizzando accordi certamente più idonei a realizzare principi e modelli familiari che meglio realizzano l’effettiva tutela di tutti gli attori del regime di affidamento e collocamento dei minori.

 

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