Il diritto all’aborto in Italia: certezza o utopia?

Negli ultimi giorni il mondo intero si è schierato dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abolito la sentenza Roe v. Made con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli USA.

Ciò significa che da ora in poi i singoli stati sono liberi di adottare normative in materia.

E infatti buona parte di essi nell’arco di soli pochi giorni ha effettivamente dichiarato l’aborto illegale e impedito l’accesso a questo diritto a milioni di donne.

E in Italia? Come funziona il diritto all’aborto?

L’aborto è stato introdotto con la Legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

L’iter per giungere ad abortire, stando alla lettera della legge, appare persino breve e semplice.

Prima di tutto è possibile abortire soltanto entro il novantesimo giorno dal concepimento. Decorso tale termine si può ricorrere al cosiddetto aborto terapeutico ma solo in casi particolari: deve esserci pericolo per la salute della mamma e del bambino nell’ipotesi in cui si portasse avanti la gravidanza.

Una volta scoperto di essere incinta la donna deve recarsi presso il proprio ginecologo ovvero presso un ospedale o, ancora, un consultorio per accertare lo stato di gravidanza tramite gli opportuni esami. In questa sede ella può manifestare la propria volontà di non diventare madre e, dunque, di interrompere la gravidanza.

Per le ragazze minorenni vi è la possibilità di compiere il medesimo iter unitamente ad uno o a entrambi i genitori ovvero, nel caso in cui non vogliano informare i genitori dello stato di gravidanza, possono rivolgersi ai Servizi Sociali del luogo di residenza.

Il medico, dunque, rilascia alla donna che abbia manifestato la volontà di abortire un certificato che le permette di procedere con l’interruzione di gravidanza.

Per fare in modo che la donna ponderi compiutamente la propria scelta, tra il rilascio del certificato e l’effettivo aborto devono trascorrere almeno sette giorni, durante i quali – quantomeno nell’intento della legge del 1978 – la donna dovrebbe riflettere sulla propria decisione e determinarsi in via definitiva sulla scelta di interruzione volontaria di gravidanza.

Decorso tale periodo, se la donna è ancora intenzionata ad abortire, è libera di rivolgersi alle strutture ospedaliere pubbliche e private convenzionate per procedere con l’aborto che, a seconda dell’epoca gestazionale, può essere farmacologico ovvero chirurgico.

Ma l’iter da seguire nella realtà è davvero così lineare come disciplinato con la L. 194/1978?

Ciascun medico, anche e soprattutto i ginecologi, godono di un diritto che si pone in opposizione con il diritto all’aborto: l’obiezione di coscienza, ovvero il diritto di rifiutarsi di sottostare ad una norma dell’ordinamento giuridico, ritenuta ingiusta perché in contrasto con un’altra legge fondamentale della vita umana, così come viene percepita dalla coscienza.

In Italia i dati sull’obiezione di coscienza di ginecologi e ostetrici sono sempre stati particolarmente nebulosi e sono venuti alla luce parzialmente soltanto in ragione della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, grazie al lavoro incessante di giornalisti che da anni si occupano di raccoglierli e studiarli.

Ebbene, dati alla mano, risulta che in Italia l’effettiva applicazione del diritto all’aborto è molto più difficile di quanto si creda.

Gran parte dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza e, pertanto, non procede ad effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza.

Il dato più grave, tuttavia, è che vi sono molte strutture ospedaliere, spesso localizzate nella medesima regione, dove tutti o quasi tutto i ginecologi sono obiettori di coscienza.

Ciò significa che in detti ospedali – e, dunque, spesso in dette regioni – riuscire ad abortire è davvero difficile, financo impossibile.

Precisamente le indagini più recenti in materia ci dicono che in media in Italia i ginecologi obiettori di coscienza sono il 64.6 %, più della metà e, come tipico nel nostro Paese, il divario è soprattutto tra regioni del Nord Italia e del Sud Italia.  

Le tre regioni con il tasso più alto di obiettori, dove risulta veramente complicato attuare l’iter abortivo sopra descritto, sono l’Abruzzo (con l’83.8 % di obiettori), il Molise (con l 82.8 %) e la Sicilia (con l’81.6 %).

I tassi di obiezione più bassi, invece, si registrano in Emilia Romagna (con il 45 % dei ginecologi obiettori) e in Valle d’Aosta (con il 25 % di obiettori).

Alla luce di ciò, si può dire che in Italia il diritto all’aborto sia una certezza? La limitazione dello stesso così come descritta non corrisponde forse ad una sua negazione, quantomeno parziale?

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