Il valore probatorio delle fotografie

Nell’ordinamento giuridico italiano vige il principio dell’onere della prova secondo il quale chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento (art. 2697 del Codice Civile).

Un diritto, invero, si prova tramite appositi strumenti che permottono al giudice di credere alle ragioni di una delle parti. Predetti strumenti sono meglio noti come prove o mezzi di prova.

Gli esempi più semplici e noti di mezzi di prova sono le testimonianze, la confessione, i documenti, le perizie tecniche ovvero gli interrogatori.

 

Anche le fotografie possono essere considerate mezzi di prova e, dunque, possono essere prodotte in giudizio per sostenere le proprie ragioni.

Non sempre, tuttavia, le fotografie, digitali o analogiche che siano, costituiscono una prova legale, nel senso che il giudice non è tenuto a credervi.

Le fotografie rientrano tra le cosiddette riproduzioni meccaniche, esattamente come lo sono, ad esempio, le fotocopie, le registrazioni e le riprese video.

Secondo l’articolo 2712 del Codice Civile, le riproduzioni fotografiche formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime.

In pratica, è possibile sostenere le proprie ragioni adducendo prove fotografiche a proprio sostegno. Il giudice, però, non è tenuto a porle a fondamento della propria decisione se le fotografie vengono contestate dalla controparte.

In altre parole, se una fotografia è contestata dalla parte contro cui è fatta valere, il giudice non potrà ritenerla indiscutibilmente vera.

Detto in termini tecnici, il disconoscimento di una fotografia da parte della controparte fa degradare la fotografia stessa da prova legale (vincolante per il giudice) a prova liberamente apprezzabile dal magistrato. Ciò, dunque, non significa che la foto diventi totalmente inutile, ma semplicemente che il giudice non potrà decidere solamente sulla scorta di essa.

Facciamo un esempio.

Se il marito fa causa alla moglie per separazione e per chiedere l’addebito della stessa sulla base di una fotografia compromettente (dalla quale risulti un tradimento), il giudice non potrà decidere l’addebito solamente sulla scorta della foto, se questa è stata contestata dalla moglie, la quale – ad esempio – asserisce che l’immagine sia stata ritoccata oppure non sia chiara.

Il giudice potrà però tenere in considerazione la fotografia per decidere dell’addebito, se è accompagnata anche da altri elementi di prova che, considerati nel loro insieme, siano idonei a provare il tradimento.

La contestazione della fotografia (c.d. disconoscimento), tuttavia, secondo la giurisprudenza, va comunque motivata.

Ciò significa che chi intenda sostenere che la prova fotografica prodotta dalla controparte agli atti è falsa non può limitarsi a contestarla in maniera generica, ma deve farlo in modo specifico e motivato.

Il disconoscimento della fotografia va fatto tempestivamente, alla prima udienza o nel primo scritto difensivo successivo alla produzione in giudizio del documento.

In caso contrario, cioè nell’ipotesi di mancato o tardivo disconoscimento, la fotografia costituisce prova legale della sua conformità alle cose e luoghi rappresentati.

Essa, quindi, in tal caso potrà essere prova sufficiente per il giudice a dimostrare ciò che rappresenta (nell’esempio sopra riportato, il tradimento).

Inoltre, molto spesso le fotografie prodotte in giudizio – scattate tramite cellulari – non riportano alcuna data certa; ciò rende molto più semplice il loro disconoscimento, in quanto si tratta di uno scatto privo di riferimenti temporali.

Secondo la giurisprudenza, se un soggetto produce in giudizio, a sostegno delle proprie ragioni, una fotografia priva di data, la controparte non ha nemmeno l’onere di disconoscerla, potendo semplicemente limitarsi a contestare i fatti oggetto di controversia.

Per evitare che una fotografia prodotta in giudizio possa rivelarsi inutile, esistono software specifici che consentono di certificare le fotografie digitali, attribuendo a esse data e luogo certi. Così facendo, per la controparte sarà più difficile disconoscere la fotografia.

Un altro modo per incrementare il valore probatorio di una fotografia prodotta in giudizio è quello di chiamare a testimoniare il suo autore. Ciò accade soprattutto quando la fotografia sia stata scattata da un investigatore privato: la parte che intende avvalersi dell’immagine può non solo produrre la foto come documento, ma anche chiamare il fotografo a testimoniare, così che con la deposizione si possa confermare quanto è visibile nella fotografia.

Quanto sopra detto a proposito del valore probatorio della fotografia si riferisce a tutti i procedimenti civili, ma anche a quelli penali, con un’importante differenza: quando si tratta di giudicare reati, la magistratura ha un margine discrezionale di valutazione della prova più ampio, cosicché il giudice potrà ritenere veritiera la fotografia anche se disconosciuta dall’imputato.

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