La sindrome da alienazione parentale

La sindrome da alienazione parentale è descritta come una dinamica psicologica disfunzionale che si attiva nei figli minori coinvolti nelle separazioni conflittuali dei genitori.

Le aule giudiziarie sono sempre più spesso teatro di conflitti familiari che determinano molto spesso condotte poco raccomandabili da parte dei genitori che, in fase di separazione personale, cercano appunto di “alienare” il figlio dall’altro genitore.

Tali comportamenti consistono in una vera e propria programmazione dei figli da parte di uno dei due genitori, definito genitore alienante, che porta gli stessi a dimostrare astio e rifiuto verso l’altro genitore, definito genitore alienato.

Ciò avviene normalmente attraverso l’incitamento ad allontanarsi da un genitore, anche attraverso l’uso di espressioni denigratorie, false accuse e/o costruzioni di realtà virtuali familiari.

Questo genere di comportamenti implica un autentico rifiuto da parte dei figli nei confronti del genitore alienato il quale inevitabilmente si ritroverà ad avere un ruolo genitoriale sempre più passivo e marginale. 

Il primo studioso che ha analizzato la sindrome da alienazione parentale ha definito tale fenomeno come “un disturbo che insorge nel contesto delle controversie per la custodia dei figli”.

La sua manifestazione principale è la campagna di denigrazione rivolta contro un genitore consistente nella combinazione di una programmazione, un vero e proprio “lavaggio del cervello”, effettuata da un genitore indottrinante sul minore, sino alla denigrazione del genitore bersaglio (Gardner Richard, 1985, “Recent trends in divorce and custody litigation, Academy Forum”.)

Il processo psicologico determina nel figlio, in relazione alla sua età e alla sua capacità di discernimento, una coartazione della sua volontà e la negazione del proprio diritto alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione. 

Conseguenze giuridiche

È ormai abbastanza noto che le manovre di alienazione a danno di un genitore costituiscono un’evenienza assai ricorrente la giurisprudenza le considera pregiudizievoli sia per il minore che per il genitore alienato.

La Suprema Corte, si è a più riprese espressa, censurando i comportamenti posti in essere dai genitori alienanti che screditano il coniuge agli occhi dei figli, individuando un parametro di giudizio utile a distinguere la pura conflittualità genitoriale dal pregiudizio arrecabile al minore che può giustificare l’applicazione del regime dell’affidamento esclusivo.

A titolo meramente esemplificativo e rappresentativo delle centinaia di casi di alienazione parentale, si riporta di seguito una delle più note pronunce in materia della Corte di Cassazione (Sentenza n. 5847 del 08.03.2013) con la quale gli Ermellini confermavano la decisione assunta da un giudice territoriale che, riformando la sentenza di primo grado, aveva disposto l’affidamento esclusivo alla madre a causa dei comportamenti ostruzionistici del padre volti a demolire la figura della stessa. 

La donna, infatti, era stata costretta a subire l’allontanamento ingiustificato dei figli, come risultava da una relazione psichiatrica resa dall’ATTS competente territorialmente che aveva riscontrato in tale atteggiamento del padre l’esistenza proprio di una sindrome da alienazione parentale.

La tutela del minore, invero, in seno ai procedimenti di separazione e divorzio, deve assumere sempre valore primario e la pura e semplice descrizione di un disagio riconducibile alla sindrome di alienazione parentale non può essere posta, in maniera automatica, a fondamento di un provvedimento di affidamento o di decadenza dalla potestà, essendo necessaria una scelta giudiziale ponderata e verificata anche alla luce di tutte le eventuali censure e contraddizioni mosse dalle parti processuali o rilevabili nella comunità scientifica.

Le ragioni di un indirizzo giurisprudenziale quale quello di cui sopra sono evidenti: provvedimenti di affido esclusivo o super esclusivo o, ancor peggio, provvedimenti di sospensione o decadimento della responsabilità genitoriale, determinano una frattura più o meno sanabile nel rapporto genitore-figlio, ammessa solo ed esclusivamente quando ciò costituisca l’unica forma di tutela possibile per i minori.

Ma vi possono essere conseguenze giuridiche anche sotto il profilo penale? 

Nel nostro Codice Penale non vi è una norma incriminatrice ad hoc, ma le condotte possono assumere rilevanza penale per quanto concerne la tutela del diritto alla bigenitorialità dei minori

Il genitore può attivarsi nelle opportune sedi per sporgere denuncia-querela per il reato di cui all’ art. 388, 2° comma c.p. (mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del Giudice) in tutti i quei casi in cui la condotta del genitore consista nella volontà di disobbedire e trasgredire un determinato provvedimento del giudice covile oppure in una condotta non collaborativa ed omissiva.

La giurisprudenza riconosce inoltre la sussistenza del reato di cui all’art. 572 c.p. (reato di maltrattamenti in famiglia), in tutti i quei casi in cui via sia la coscienza e la volontà di sottoporre un familiare ad una serie di sofferenze in modo continuo e abituale. 

Alla luce di quanto descritto, allora, chi sono realmente le vittime dell’alienazione parentale?

Sempre più frequentemente i genitori, mossi dall’intento e dal desiderio di “punire” l’altro laddove non vi riesce il giudice, non comprendono che porre in essere condotte quali quelle descritte si ripercuote unicamente sui minori, determinando condizioni e disequilibri familiari pregiudizievoli e pericolosi per lo sviluppo della personalità dei bambini.

 

 

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