L’adozione del figlio del coniuge: la stepchild adoption fra tradizione e progresso

La legge n. 76 del 2016, cosiddetta legge “Cirinnà” ha portato con sé con la sua entrata in vigore un radicale cambiamento nella concezione della famiglia riconoscendo in Italia le coppie di fatto e modificando ampiamente il regime di riconoscimento dei figli in costanza di convivenza.
Tale riforma ha introdotto nel nostro Paese il concetto per così dire di famiglie “allargate”, in cui i figli nati dai finiti matrimoni o in regime di convivenza si trovano spesso a vivere sotto lo stesso tetto del nuovo compagno del genitore affidatario, magari a sua volta genitore, venendo cresciuti così, seppur mantenendo i rapporti con i genitori biologici, spesso da un altro uomo o da un’altra donna che a tutti gli effetti entrano nella quotidianità di questi bambini determinandone abitudini e stili di vita e sviluppando rapporti affettivi stretti e duraturi.
La legge non ha potuto ovviamente rimanere inerte davanti a tali nuovi panorami sociali e, attenta com’è sempre stata a garantire la posizione dei minori per determinare una stabilità nelle loro relazioni affettive, è intervenuta concedendo a questi rapporti di fatto una tutela giuridica basata su un istituto non nuovo al nostro ordinamento, l’adozione.
L’adozione in Italia esiste dal 1983 quando venne introdotta con la legge n. 184, ma è sempre stata concessa solo in riferimento al figlio del coniuge, con la necessità del consenso del genitore biologico, poiché requisito fondamentale per la messa in atto di tale istituto era ed è garantire l‘interesse del bambino. Infatti, il Tribunale per i Minorenni che è l’organo competente a concedere l’adozione, procede alla stessa solo dopo un accurato screening sull’idoneità affettiva, la capacità educativa, la situazione personale ed economica, la salute e l’ambiente famigliare di colui che intende procedere all’adozione.
Il tipo di adozione di cui si stratta in questa sede non richiede lo stato di abbandono del minore né più lo stato di coniugi degli adottanti, rientra tra quelli definiti “in casi particolari” e regolati dall’art. 44 della legge 184/1983. Essa, tuttavia, trova il grande ostacolo dell’obbligo di consenso del genitore biologico del bambino, in vita e con tutte le possibilità astratte per mantenere rapporti col figlio, consenso del genitore biologico che diventa conditio sine qua non della stepchild adoption, nonché molto spesso l’ostacolo più grande per l’altro genitore biologico e per colui o colei che vuole procedere all’adozione.
Si viene così ad attuare ampiamente il concetto di “famiglia sostitutiva” per il minore che, pur avendo entrambi i genitori biologici, viene adottato da un terzo soggetto che diventa genitore sociale e che a tutti gli effetti assume nei confronti del bambino il ruolo genitoriale, occupandosi della di lui crescita ed educazione. Aspetto particolare ed ulteriore della stepchild addption è la possibilità per il minore di mantenere rapporti con la famiglia di origine, proprio per il fatto che il bambino non si trova in stato di totale abbandono.
Va da sé che tale adozione viene concessa quando il genitore biologico del bambino, seppur in vita, non si dimostri idoneo o comunque propenso ad occuparsi della vita del figlio, anche perché, nei casi in cui così non fosse, pare chiaro che il genitore stesso non presterebbe il consenso ad un’adozione vedendosi limitare il proprio ruolo genitoriale ed affidando la crescita del proprio figlio ad una persona in fin dei conti terza rispetto all’originario nucleo famigliare e senza alcun legame biologico col minore.
Ad oggi, tale disciplina risalente negli anni si è adattata all’evoluzione sociale e giuridica del panorama più recente, garantendo la stessa disciplina che negli anni Ottanta era stata introdotta solo per le coppie coniugate altresì per le coppie conviventi e persino per le coppie di fatto grazie ad una serie di pronunce della Corte di Cassazione che si è mossa così nel senso di uniformare le decisioni per tutti i Tribunali del territorio italiano dando una grande dimostrazione di civiltà a avanguardismo in un Paese, invece, di solito radicato sulle proprie tradizioni e poco incline alla flessibilità che il progresso richiede. Così la stepchild adoption si configura come uno strumento di chiusura che intende realizzare il preminente interesse del minore ad essere accolto in una famiglia in ipotesi specifiche utilizzando a tale scopo uno strumento giuridico dotato di effetti più limitati rispetto alla tradizionale adozione, ma ugualmente incisivi.

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