L’obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne

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L’art. 2 del Codice Civile stabilisce che con il raggiungimento della maggiore età ciascun soggetto acquista la capacità di agire e, pertanto, di svolgere attività lavorativa. 

Nella società moderna, tuttavia, la maggior parte dei ragazzi prosegue gli studi almeno sino al diploma di scuola superiore, se non oltre, con il conseguimento di una laurea triennale o magistrale, nella speranza di garantirsi, con il raggiungimento dei più alti gradi di formazione, l’ottenimento di una buona e redditizia posizione lavorativa.

E’ lecito, pertanto, da parte di un genitore separato ovvero divorziato, chiedersi sino a che età egli sia tenuto al mantenimento del figlio maggiorenne in ragione del percorso di formazione da questi intrapreso e sulla base dell’impegno profuso nel completamento dell’istruzione scelta.

La materia, la quale spesso è oggetto di procedimenti giudiziari, è stata nuovamente sottoposta al vaglio della Cassazione nell’agosto 2020 (Ordinanza num. 17183 del 14.08.2020) con cui gli Ermellini, con una pronuncia parzialmente discostante dalle precedenti, hanno statuito quanto segue.

Se sino ad allora, grandissima rilevanza veniva attribuita al combinato disposto dell’art. 30 della Costituzione e dell’art. 147 del Codice Civile con cui si impone al genitore l’obbligo di mantenimento, istruzione ed educazione del figlio, oggi la Cassazione ritiene che – pur dovendo garantire, ove possibile, al figlio la propria realizzazione sul piano formativo e successivamente l’ingresso nel mondo del lavoro – i mezzi e i tempi necessari affinchè questo avvenga devono essere valutati caso per caso e soprattutto partendo dal principio cardine dell’autodeterminazione del singolo.

In altre e più semplici parole, ciò significa che non è oggettivamente possibile fissare, divenuti maggiorenni, un’età precisa entro la quale il figlio dovrebbe avere terminato la sua formazione, imparato un mestiere e, dunque, avere raggiunto l’indipendenza economica. 

Questo perchè nessun corso di studi è identico ad un altro per quanto inerisce l’impegno necessario a portarlo a termine e la durata dello stesso e perchè la possibilità di agevole accesso al mondo del lavoro è in continuo mutamento.

Ciò che il giudice è chiamato a valutare in materia è, al contrario, la serietà e l’impegno con cui il figlio maggiorenne frequenta il corso di studi scelto, la durata dello stesso e, soprattutto, il tempo ragionevolmente necessario affinchè gli studi possano dare i loro frutti, permettendo al giovane l’ingresso con successo nel mondo del lavoro, presupposto necessario per il raggiungimento dell’indipendenza economica.

Nonostante il principio di cui sopra, tuttavia, la Cassazione con la recente pronuncia in commento si è ulteriormente mossa affermando che il diritto al mantenimento possa essere vantato dal figlio maggiorenne soltanto ove egli sia in grado di dare prova di essersi profuso non soltanto per il raggiungimento con esito positivo dell’obiettivo formativo prefissatosi, ma altresì di essersi impegnato nella ricerca di un’occupazione lavorativa che gli garantisca l’inizio di un percorso verso l’autonomia dal genitore, anche se trattasi di lavoro diverso rispetto a quello per il quale il ragazzo si è formato.

E’ questa una delle novità più rilevanti della pronuncia dello scorso agosto in quanto, in precedenza, dando massima importanza al diritto all’istruzione, la Cassazione concedeva il diritto al mantenimento del figlio maggiorenne sino a che lo stesso non si fosse lavorativamente realizzato secondo le sue ambizioni e conformemente agli studi effettuati.

Altra novità di particolare rilevanza è data dall’inversione di tendenza in merito all’onere probatorio.

La Cassazione, con la pronuncia in commento, invero, nel ribadire il principio generale di vicinanza della prova secondo il quale la prova spetta alla parte che si trovi maggiormente agevolata nel dimostrare un fatto, ha affermato – contrariamente al passato – che debba essere onere del figlio dimostrare di essersi prodigato non soltanto nel portare a termine con successo gli studi scelti, ma altresì nella ricerca di un posto di lavoro utile a garantirgli indipendenza, che esso combaci o meno con la formazione del ragazzo. 

L’inversione dell’onere probatorio come sopra rappresentata è in assoluto l’aspetto più rivoluzionario della pronuncia degli Ermellini in commento, poichè finalmente ha esonerato il genitore dall’onere di provare un fatto che inerisce un soggetto diverso, ovvero il figlio maggiorenne.

Diversamente statuendo, continuando a seguire quella che era la precedente impostazione probatoria secondo la quale l’onere della prova gravava sul genitore, si rischierebbe – com’è spesso accaduto in passato – di porre la madre ovvero il padre di fronte ad una c.d. probatio diabolica, cioè al gravoso onere di dimostrare qualcosa che appartiene e dipende da altri.

Tutto quanto sopra, chiaramente, tenendo sempre in considerazione le possibilità materiali ed economiche di mantenimento del genitore per tutto quanto il corso di studi del figlio e la formazione successiva in campo lavorativo, nonchè la volontà stessa del genitore che, libero di determinarsi in merito ai progetti e alle aspirazioni del figlio, indipendentemente da quanto sopra statuito, può – se d’accordo ed economicamente in grado – scegliere di mantenere il ragazzo sino a che non si realizzi effettivamente secondo i suoi desideri, anche ove questo importi a carico del padre ovvero della madre un obbligo al mantenimento che si protragga ben oltre il raggiungimento della maggiore età. 

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