Mobbing post maternità

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Sei una lavoratrice madre. Sei stata assente dal lavoro per mesi e, al tuo rientro, hai notato un atteggiamento diverso nei tuoi confronti, soprattutto da parte del datore di lavoro: sei vittima quotidianamente di comportamenti discriminatori e denigratori e vuoi sapere cosa puoi fare per vedere tutelati i tuoi diritti.

Capita frequentemente che un lavoratore venga escluso dai superiori ovvero dai colleghi, gli vengano attribuite mansioni diverse rispetto a quelle stabilite da contratto.

Questo comportamento, se perdura per un certo periodo di tempo, viene definito mobbing.

Esso si sostanzia in una serie di condotte perduranti volte ad isolare/escludere il lavoratore, riducendone l’autostima e facendo insorgere in lui un costante senso di stress e ansia, tale – molto spesso – da condurlo alle dimissioni dal posto di lavoro.

Le condotte qualificabili come mobbing sono le più svariate (esclusione dal gruppo, insulti, aggressioni verbali, svalutazione del lavoro svolto).

Quando una donna comunica al datore di lavoro lo stato di gravidanza ella ha automaticamente diritto di accedere a tutta una serie di tutele tra le quali l’astensione dal lavoro per i cinque mesi prossimi al parto, il congedo parentale per i sei mesi successivi alla maternità obbligatoria, i permessi per l’allattamento ovvero per il caso della malattia del figlio.

Nonostante i diritti di cui sopra garantiti dall’ordinamento, tuttavia, capita assai frequentemente che il datore di lavoro non veda di buon occhio lo stato di gravidanza e successivamente di maternità della lavoratrice e, pertanto, instauri nei confronti della stessa – al suo rientro sul luogo di lavoro – una vera e propria forma di mobbing post maternità.

Le condotte poste in essere dal datore di lavoro maggiormente rappresentative della forma di mobbing appena descritta sono le seguenti:

  • rimproveri immotivati del datore di lavoro
  • demansionamento della lavoratrice che si sostanzia in una modifica dell’atteggiamento aziendale nei suoi confronti, nonché in improvvise modifiche della postazione di lavoro della lavoratrice, nonché – nei casi più gravi – della sede di lavoro
  • contestazioni disciplinari pretestuose e ingiustificate, volte a determinare la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione e ad indurre la lavoratrice alle dimissioni volontarie.

Se una delle condotte di cui sopra si verifica al rientro della lavoratrice madre presso il luogo di lavoro, ella ha diritto ad agire per la richiesta di risarcimento del danno nei confronti del datore di lavoro.

Il mobbing è, invero, condotta suscettibile di determinare un danno biologico in capo alla lavoratrice, ove essa determini l’insorgere di patologie psico-fisiche quali attacchi di panico, ansia, depressione, problemi cardiovascolari, persistente insonnia ecc.

Ciò che è necessario dimostrare agendo avanti al Giudice del Lavoro competente al fine di ottenere il risarcimento del danno da mobbing è la condotta subita, il danno subito e, soprattutto, il nesso causale tra l’atteggiamento denigratorio del datore di lavoro e le conseguenze dannose da esso causate.

 In altre parole, la lavoratrice deve sapere dimostrare che la patologia psico-fisica insorta è diretta conseguenza della condotta mobbizzante posta in essere da terzi nei suoi confronti sul luogo di lavoro.

Si tenga, poi, in considerazione che nell’ipotesi in cui la donna si trovi costretta alle dimissioni a causa delle condotte subite, essa ha diritto al riconoscimento di una somma di denaro in suo favore ove dimostri che ella è stata costretta alle dimissioni a causa del perdurante atteggiamento denigratorio del datore di lavoro e ove le dimissioni vengano rese entro il compimento dell’anno del figlio.

Da ultimo, per una visione completa e concreta della materia – che è attualissima – si può analizzare alcune recenti sentenze emesse dai vari organi giudiziari sul territorio nazionale, da ultima la sentenza num. 5166/2020 del Tribunale di Roma con la quale – nel decidere in merito a un ricorso depositato dalla lavoratrice al fine di chiedere un risarcimento del danno da mobbing – il datore di lavoro è stato condannato a risarcire a titolo di danno non patrimoniale ben € 28.000 alla lavoratrice rientrata in seguito alla maternità e vittima di condotte denigratorie e discriminatorie che l’hanno costretta – a salvaguardia della propria salute e del ruolo di madre – a lasciare il posto di lavoro

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