Possesso dei beni ereditari e diritto di abitazione del coniuge superstite

Alla morte di un parente il chiamato all’eredità che si trovi in possesso di beni appartenenti alla massa ereditaria è tenuto ad effettuare l’inventario di predetti beni entro e non oltre tre mesi dalla data di apertura della successione – e, dunque, dalla data del decesso – ovvero dal momento in cui ne sia venuto a conoscenza.

Tale modalità è l’unica che permette all’erede in possesso di beni ereditari di accettare l’eredità con beneficio di inventario e, pertanto, di tenere separato il proprio patrimonio personale da quello che verrà ereditato. Ciò implica che l’erede risponderà degli eventuali debiti del defunto soltanto nella misura di quanto ha ricevuto in eredità.

Ove decorrano i tre mesi senza che venga redatto l’inventario della massa ereditaria, l’erede che sia in possesso di beni in essa rientranti risulterà avere automaticamente accettato l’eredità e sarà dunque diventato un erede puro e semplice. E’ infatti questo uno di quei casi in cui si verifica la c.d. accettazione tacita dell’eredità regolata dall’art. 485 del Codice Civile.

A ciò consegue che gli eventuali creditori del de cuius potranno aggredire l’intero patrimonio dell’erede, anche quello personale, senza fare alcuna distinzione tra quanto ereditato e quanto già appartenente all’erede prima dell’apertura della successione. In altre parole, non si determinerà la scissione tra il patrimonio personale e quello ereditato.

Una tutela speciale è però garantita al coniuge superstite che al momento della morte del marito ovvero della moglie viva – come accade nella maggioranza dei casi – nell’immobile di proprietà esclusiva del de cuius o in comproprietà tra lo stesso e il de cuius, adibito da tempo a residenza famigliare.

L’art. 540 comma secondo del Codice Civile, infatti, riserva al coniuge superstite il diritto reale di abitazione sulla casa che in vita è stata adibita a residenza famigliare, nonché il diritto d’uso su tutto il mobilio che la correda.

Ma qual è il rapporto tra tale diritto di abitazione garantito al coniuge superstite e l’obbligo di procedere con l’inventario dei beni caduti in successione entro il termine di tre mesi dal decesso?

La giurisprudenza, dopo essersi pronunciata per anni in materia determinando spesso orientamenti contrastanti, è giunta ad un definitivo cambiamento di rotta con la Sentenza n. 4847/2013 a Sezioni Unite con cui ha affermato che il diritto di abitazione del coniuge superstite e il diritto d’uso del mobilio che correda la casa famigliare costituiscono una sorta di prelegato ex lege.

In parole semplici ciò significa che i diritti sopra elencati prescindono dall’accettazione ovvero dalla rinuncia all’eredità del de cuius e, dunque, il possesso della casa famigliare e del relativo mobilio da parte del coniuge superstite nei primi tre mesi successivi all’apertura della successione non costituiscono, ove si ometta di effettuare l’inventario, forma di accettazione tacita dell’eredità da parte dello stesso.

L’acquisto, infatti, di detti diritti non è collegato e non dipende dall’assunzione della qualità di erede, ma discende direttamente, in forza dell’art. 540, comma secondo del Codice Civile, dalla qualità di coniuge superstite.

Ciò significa che il coniuge superstite può continuare a vivere nella casa famigliare non solo senza la necessità di redigere inventario, ma anche nell’ipotesi estrema in cui decida di rinunciare all’eredità del de cuius.

Il diritto d’uso e di abitazione, infatti, vengono attribuiti al coniuge superstite ex lege.

Per maggiori approfondimenti si riporta di seguito il testo integrale della Sentenza della Cassazione sopra citata:

Sentenza n. 4847/2013 Sezioni Unite

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