TFR: quanto spetta al coniuge divorziato

La somma accantonata ogni anni dal datore di lavoro cosiddetta TFR e restituita al lavoratore al termine del suo percorso lavorativo rappresenta una sorta di premio che l’azienda eroga al singolo prestatore. L’importo maturato viene alimentato ogni anno dal lavoratore con versamenti effettuati dall’azienda presso la quale è assunto derivanti da una trattenuta effettuata in busta paga.

Il TFR, pertanto, può ben essere paragonato ad un salvadanaio ove si inserisce denaro per tutta la durata del rapporto di lavoro affinchè venga conservato e consegnato al lavoratore al termine.  

Fatta questa premessa, ci si chiede cosa accade al TFR se durante il periodo lavorativo il prestatore divorzia.

L’ex coniuge ha diritto ad una somma della quota del T.F.R.?

La questione trova la sua origine normativa nell’art. 12 bis della legge sul divorzio secondo il quale il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, se non passato a nuove nozze e titolare dell’assegno divorzile, ha diritto al 40% dell’indennità di fine rapporto dell’ex coniuge. Tale percentuale è riferita al periodo in cui il rapporto di lavoro si è svolto durante il matrimonio.

Il diritto dell’ex coniuge alla quota parte del trattamento di fine rapporto percepito dall’altro coniuge divorziato sorge in presenza di tre presupposti:

  • Passaggio in giudicato della sentenza di divorzio
  • Il mancato passaggio a nuove nozze dell’ex coniuge titolare del diritto ad una quota del T.F.R.
  • La titolarità dell’assegno di divorzio, con espressa esclusione del diritto quando il coniuge è stato liquidato con una somma una tantum (in una sola volta)

Come si determina la somma da corrispondere all’ex coniuge?

L’ art. 2120 c.c. prevede che il T.F.R. si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5.

Il calcolo della percentuale, invece, avviene in questo modo: si valuta l’importo del trattamento di fine rapporto, lo si divide per il numero degli anni di lavoro e si moltiplica il risultato per gli anni in cui erano coincidenti lavoro e matrimonio. Sulla somma ottenuta si applica la percentuale del 40%.

Facciamo un esempio: consideriamo € 50.000 la quota di T.F.R., 40 gli anni di servizio lavorativo e 20 gli anni di coincidenza matrimonio-lavoro: la quota che spetta all’ex coniuge è di 10.000,00 Euro.

Di seguito il calcolo effettuato:

50.000 € (TFR) : 40 anni (servizio) = 1.250,00 Euro

1.250,00 € x 20 anni (matrimonio) = 25.000,00 Euro

25.000,00 € x 40% (percentuale ex lege) = 10.000,00 Euro

Individuata la somma a cui ha diritto, l’ex coniuge non può richiedere tale indennità direttamente al datore di lavoro. Giurisprudenza costante, invero, ritiene che il diritto del coniuge divorziato ad una quota del TFR costituisce un diritto nei confronti dell’ex coniuge e non rappresenta un autonomo diritto nei confronti del datore di lavoro.

Ne consegue che esclusivamente il coniuge divorziato deve corrispondere la somma all’ex e non il titolare dell’azienda, il quale altrimenti potrebbe essere costretto a pagare due volte la medesima somma.

 

Cosa succede se il TFR viene conferito ad un fondo di previdenza complementare?

In tal caso la liquidazione al lavoratore non è riconosciuta al momento in cui finisce il rapporto di lavoro, ma alla maturazione dei requisiti per la pensione e quindi in un momento successivo.

Inoltre, le somme versate sul fondo non sono riconosciute come liquidazione, ma come pensione integrativa.

L’ordinanza della Cassazione num. 8228/2013 sostiene che i versamenti alla previdenza complementare non hanno natura retributiva, al contrario del TFR, che è una vera e propria retribuzione pagata successivamente.

Da questo ragionamento, non essendo il TFR considerabile come “retribuzione”, ne discenderebbe che il coniuge non avrebbe diritto alla quota di liquidazione conferita al fondo pensione.

Pertanto, dal momento in cui il lavoratore mette nel fondo previdenza complementare una parte del TFR, ciò determina la privazione del diritto del coniuge ad una quota dello stesso, potendosi il coniuge soddisfare solo sulla parte di TFR maturata precedentemente.

In pratica, il trasferimento del TFR alla previdenza complementare priverebbe il coniuge divorziato della corresponsione della sua quota, eccettuata, ovviamente, la parte versata antecedentemente.

Si riporta la sentenza sopra citata:

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza num. 8288/2013: One LEGALE (wolterskluwer.it)

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