Violenza ostetrica: di cosa si tratta e come tutelarsi

Si è sentito parlare soltanto nelle ultime settimane della c.d. violenza ostetrica, ovvero quel fenomeno, sino ad oggi sommerso, delle umiliazioni e degli abusi che le donne subiscono durante tutto il percorso che porta alla nascita del figlio, dalla gravidanza all’allattamento.

La violenza ostetrica è un problema esistente da molti anni che si è aggravato in seguito alla pandemia da Coronavirus quando gli ospedali, oberati di attività a causa delle urgenze legate all’emergenza sanitaria, hanno dovuto ridurre al minimo gli accessi alle sale parto e più in generale ai reparti di ginecologia e ostetricia, lasciando le madri sole ad affrontare la nascita del figlio e i difficili giorni immediatamente successivi a tale evento.  

In Italia non esiste ancora una normativa ad hoc per la violenza ostetrica; tuttavia, è comunque possibile fare valere i propri diritti in tal senso utilizzando alcuni degli strumenti civili e penali che l’ordinamento mette a disposizione per altre fattispecie assimilabili alla violenza ostetrica.

Ciò quantomeno sino a quando non verranno introdotte, come auspicabile, tutele specifiche contro tale fenomeno.

La violenza ostetrica è quella forma di violenza fisica e/o psicologica a cui le donne sono sottoposte durante il loro percorso verso la maternità: gravidanza, parto, allattamento. 

Ad oggi le principali norme che si sono occupate di definire e disciplinare la violenza ostetrica sono tutte di rilievo internazionale.

L’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito nel 2014 violenza ostetrica tutti quei trattamenti irrispettosi e abusanti durante il parto quali:

  • l’abuso fisico diretto
  • la profonda umiliazione e l’abuso verbale
  • le procedure mediche coercitive o non acconsentite (inclusa la sterilizzazione)
  • la mancanza di riservatezza
  • la carenza di un consenso realmente informato
  • il rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore
  • gravi violazioni della privacy
  • il rifiuto di ricezione nelle strutture ospedaliere
  • la trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna (ad es. il rifiuto di somministrare l’epidurale o di effettuare il parto cesareo)
  • la detenzione delle donne e dei loro bambini nelle strutture dopo la nascita connessa all’impossibilità di pagare

Successivamente, nel 2019, è stato diffuso per la prima volta nella storia dall’ONU un rapporto sulla violenza ostetrica, ritenuta a tutti gli effetti una forma di violazione dei diritti umani delle donne.

L’Onu dichiarava in detta sede che tutti gli Stati hanno l’obbligo di rispettare, tutelare e soddisfare i diritti umani delle donne, incluso il diritto al più elevato livello di salute fisica e mentale raggiungibile durante i servizi riproduttivi e durante il parto, evento che deve essere libero da maltrattamento e da violenza di genere. L’Onu ha anche chiesto agli Stati che fossero adottate leggi e politiche idonee a contrastare e prevenire tali violenze e che fossero introdotte norme volte a perseguire i colpevoli e ad erogare congrui risarcimenti del danno alle vittime di violenza ostetrica.

Poco dopo la dichiarazione Onu di cui sopra, il Consiglio d’Europa ha adottato una risoluzione similare per contrastare la violenza ostetrica e ginecologica, invitando gli stati membri a prevedere meccanismi che permettano di denunciare gli abusi, irrogare sanzioni e assistere le vittime.

Nello specifico, il Consiglio d’Europa ha dichiarato che la violenza ostetrica e/o ginecologica è “una forma di violenza rimasta nascosta per molto tempo ed è tutt’ora spesso ignorata. Nell’ambito privato della consultazione medica o durante il parto, le donne sono vittime di pratiche violente o che possono essere percepite come tali. Sono stati riferiti anche comportamenti sessisti durante le visite mediche”.

Nel nostro Paese, attesa l’assenza di normativa specifica sulla violenza ostetrica, si può agire civilmente e/o penalmente avvalendosi di strumenti che l’ordinamento mette a disposizione per altre fattispecie similari alla violenza ostetrica stessa.

Sul piano civilistico, la violazione di un diritto garantito dall’ordinamento comporta la risarcibilità del danno patrimoniale e anche non patrimoniale.

Tra i diritti garantiti per i quali è dovuto un risarcimento del danno in caso di violazione ci sono sicuramente il diritto alla salute psicofisica, alla libertà di autodeterminazione e anche e soprattutto alle scelte mediche, al rispetto della realizzazione personale, al diritto alla riservatezza, al diritto all’onore ed al decoro.

Sono, pertanto, punibili tutte quelle pratiche che possano recare pregiudizio alla salute fisica e mentale della donna, che comportino imposizione di trattamenti medici, lesione della privacy e offese verbali.

Il riconoscimento del risarcimento non è ovviamente automatico. Il diritto al risarcimento dovrà essere stabilito da un tribunale, dopo che lo stesso avrà appurato l’effettiva lesione del diritto e, dunque, l’esistenza del danno e il suo ammontare.

 Sul fronte penale, come anticipato, non è previsto un reato “ad hoc” per i casi di violenza ostetrica. Si tratta di un vuoto normativo, analogo a quanto accadeva qualche anno fa, prima che venissero effettuati mirati interventi legislativi, per esempio, in materia di stalking e deformazione permanente del volto data da acidi.

Le condotte, tuttavia, che sono definibili come violenza ostetrica sono assimilabili ad altri reati, pienamente riconosciuti dal nostro ordinamento quali, a mero titolo esemplificativo, l’omicidio della madre o del feto, la mutilazione di organi genitali femminili, l’interruzione colposa di gravidanza ovvero il reato di lesioni dolose o colpose.

Alla luce di tutto quanto sopra, dunque, alle donne neomadri o in procinto di diventare tali è richiesto, oltre che di scegliere accuratamente – se possibile – il personale medico dal quale farsi seguire e le strutture sanitarie dove partorire, di denunciare e in ogni caso di agire per fare valere i propri diritti in tema di violenza ostetrica, auspicando in tal modo che l’ordinamento, come accaduto in passato per il più generale fenomeno della violenza sulle donne, si muova per introdurre normative ad hoc che garantiscano una tutela mirata ed effettiva a fronte della violazione dei diritti sopra descritti.

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